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Google rifiuta il Fact-Checking

Google ha recentemente informato la Commissione europea della sua decisione di non adottare il fact-checking per i risultati di ricerca su Google Search e i video su YouTube. Questo passo arriva dopo l’introduzione del codice di condotta sulla disinformazione, che nel 2022 è stato aggiornato per combattere la diffusione delle fake news online. Tale codice è stato sottoscritto da numerose aziende, tra cui Google, impegnandosi a implementare misure per contrastare le notizie false. La questione ora potrebbe essere coinvolta anche nel Digital Services Act (DSA), la normativa europea che mira a regolare in modo più rigido i contenuti digitali.

Il codice di condotta sulla disinformazione

Il codice di condotta, che risale al 2018 e che è stato aggiornato nel 2022, è stato firmato da 40 aziende, tra cui i big tech come Google. Tra gli impegni presi dalle aziende c’era anche l’adozione del fact-checking per moderare i contenuti e prevenire la diffusione di notizie false. Questo impegno però non è vincolante, e le aziende possono decidere di abbandonarlo in qualsiasi momento, come è successo recentemente con Twitter, che dopo l’acquisizione di Elon Musk ha scelto di non aderire più al codice.

Google, infatti, ha comunicato alla Commissione Europea che non applicherà il fact-checking sui suoi servizi di ricerca e su YouTube, ritenendo che non sia una misura né appropriata né efficace per queste piattaforme. Secondo Kent Walker, Presidente degli affari globali di Google, il sistema attuale di moderazione dei contenuti ha dimostrato la sua efficacia, come dimostrato durante le elezioni del 2024, e non è necessario implementare un sistema di fact-checking esterno.

La posizione di Google: la modifica del sistema di moderazione

A partire da agosto 2024, YouTube ha introdotto una novità: gli utenti potranno aggiungere note ai video per segnalare eventuali inesattezze o contenuti imprecisi. Al momento, questa funzionalità è disponibile solo negli Stati Uniti, ma potrebbe essere estesa a livello globale se avrà successo.

Google ha dichiarato che annullerà tutti gli impegni relativi al fact-checking prima che il codice di condotta diventi obbligatorio in base al Digital Services Act. Questo approccio segna una rottura con l’idea di un monitoraggio esterno dei contenuti, puntando invece su soluzioni interne e, in parte, sulla responsabilità degli utenti.

Le reazioni nel panorama tecnologico

Questa decisione si inserisce in un quadro più ampio di evoluzione delle politiche di moderazione delle piattaforme digitali. Anche Meta (Facebook e Instagram), ha recentemente rimosso il programma di fact-checking (limitato agli Stati Uniti), allineandosi con la stessa posizione presa da X (ex Twitter).

Il cambiamento in atto solleva però numerosi interrogativi su come le piattaforme gestiranno la disinformazione in futuro, e se l’approccio basato esclusivamente su soluzioni interne e sull’intervento degli utenti sarà sufficiente a contrastare la proliferazione di contenuti ingannevoli o pericolosi.

La sfida del Digital Services Act

Il Digital Services Act, che potrebbe rendere obbligatori alcuni degli impegni previsti dal codice di condotta, continuerà a essere un punto di riferimento fondamentale nella regolazione dei contenuti online. Google dovrà conformarsi alle disposizioni di questa legge in Europa, ma la sua scelta di non adottare il fact-checking solleva questioni su come l’Unione Europea potrebbe rispondere a questa posizione.

In definitiva, mentre il dibattito su come affrontare la disinformazione si fa sempre più acceso, l’approccio di Google, così come quello di altre grandi aziende tecnologiche, potrebbe segnare un cambiamento nelle dinamiche di moderazione dei contenuti online. L’efficacia di queste soluzioni alternative rimane, tuttavia, tutta da verificare.

Google dice addio a goo.gl

Google ha annunciato che tra poco più di un anno tutti i link accorciati dal servizio goo.gl smetteranno di funzionare. Questa decisione segna la fine definitiva di un percorso di dismissione avviato da tempo. Il servizio goo.gl, introdotto nel 2009, ha permesso di abbreviare i collegamenti alle pagine web e ad altri contenuti su Internet, facilitandone la gestione e la condivisione. Tuttavia, il 25 agosto 2025, questi URL non saranno più operativi.

goo.gl: L’addio definitivo previsto per il 2025

Per chi non fosse familiare, goo.gl è stato uno strumento popolare per la creazione di URL brevi, come trasformare https://www.voxel-informatica.it/goo-gl-addio-url-non-funzionanti/ in https://goo.gl/******. A partire dal 23 agosto 2024, i link generati mostreranno una pagina di intermezzo con un messaggio relativo alla dismissione del servizio prima di portare a destinazione. Il servizio cesserà definitivamente il 25 agosto 2025.

Il declino dell’URL shortener di Google

Google ha spiegato che la decisione è dovuta a un cambiamento radicale nelle modalità di ricerca e fruizione dei contenuti su Internet. Inoltre, sono stati resi disponibili numerosi URL shortener alternativi nel tempo. Tuttavia, per chi si troverà ad affrontare collegamenti non più funzionanti, questa può sembrare una magra consolazione. Questo cambiamento rischia di alimentare il fenomeno del decadimento digitale, che erode progressivamente quanto presente online e rende più difficoltoso l’accesso alle risorse.

Una lunga storia: dal lancio alla dismissione

Il servizio goo.gl è stato lanciato a dicembre 2009, inizialmente legato a Google Toolbar e Feedburner, diventando poi un’entità autonoma l’anno successivo. Già dall’aprile 2018 non accettava nuovi utenti e dal 2019 ha smesso di accorciare nuovi link. Ora, con la chiusura definitiva all’orizzonte, è chiaro che Google considera superata la necessità di un proprio servizio di URL shortening, data la vasta disponibilità di alternative.


Aggiornamenti come questo sono cruciali per chi gestisce contenuti online, poiché la perdita di URL funzionanti può avere un impatto significativo sulla fruibilità delle risorse. Continuate a seguirci per ulteriori notizie e consigli su come adattarsi ai cambiamenti nel mondo digitale.

Gemini: Google I/O celebra l’era degli AI Agent

Google I/O dominato dall’AI

Guardando le gradinate affollate dell’anfiteatro Shoreline, vicino al campus Google, Sundar Pichai ha scherzato.
“Oggi abbiamo pronunciato la parola AI circa 120 volte. Credo sia un record”.

Il pubblico ha riso. Il conteggio era stato fatto da un’intelligenza artificiale.
L’IA aveva analizzato tutti i discorsi di Google I/O, la conferenza annuale per sviluppatori.

L’ironia di Pichai ha chiuso un’edizione dominata dall’intelligenza artificiale.
Una tecnologia ormai presente in ogni prodotto Google.


I modelli Gemini di Google DeepMind

Al centro dell’evento ci sono i modelli di IA di Google DeepMind.
Sono il vero motore dell’intelligenza artificiale targata Google.

Gemini Nano, Pro, Pro 1.5 e Ultra rappresentano i modelli più avanzati mai sviluppati dal laboratorio.
A questi si aggiunge una nuova versione.


Gemini 1.5 Flash: più leggero, ma potente

Durante Google I/O è stato annunciato Gemini 1.5 Flash.
A presentarlo è stato Demis Hassabis.

È un modello più leggero rispetto a Gemini 1.5 Pro.
Nonostante questo, offre prestazioni elevate nel ragionamento multimodale.

Un’IA multimodale gestisce testo, immagini, audio e video.
Può anche generare contenuti in tutti questi formati.

Secondo Hassabis, Gemini 1.5 Flash eccelle nei riassunti e nelle conversazioni.
È efficace anche nell’analisi di documenti lunghi e tabelle complesse.


Cos’è Project Astra

I modelli Gemini sono alla base di Project Astra.
Il progetto è stato mostrato con una demo molto applaudita.

Nel video, l’IA aiuta una ricercatrice a ritrovare degli occhiali smarriti.
La conversazione appare naturale e fluida.

Prima di rispondere, Gemini osserva l’ambiente.
Riconosce un quartiere di Londra e interpreta codice sullo schermo.

Questo è possibile grazie all’analisi in tempo reale delle immagini.
Lo smartphone permette all’IA di “vedere” il mondo.


L’era degli AI Agent

Google ha annunciato l’inizio dell’epoca degli AI Agent.
Sono assistenti capaci di ragionare, pianificare e memorizzare informazioni.

Secondo Pichai, possono svolgere compiti al posto dell’utente.
Sempre, però, sotto supervisione umana.

Un esempio pratico è la gestione di un reso online.
L’AI può generare l’etichetta e prenotare il corriere.


Perché sono diversi da Siri e Alexa

Gli AI Agent segnano un salto rispetto agli assistenti tradizionali.
Siri, Alexa e Google Assistant rispondono a comandi specifici.

Non possono conversare davvero.
Hanno tempi di risposta lenti e nessuna memoria visiva.

Ora questo limite sta per essere superato.
Le interazioni diventano continue e contestuali.


Occhiali smart e futuro dell’AI

La demo ha mostrato anche occhiali smart con fotocamera e microfono.
Il dispositivo ha acceso molte speculazioni.

Google ha chiarito che si tratta di un prototipo di ricerca.
Non esistono ancora piani per un lancio commerciale.

In futuro, però, Project Astra potrebbe arrivare su dispositivi indossabili.
Alcune funzioni saranno integrate nell’app Gemini entro fine anno.


Veo e Imagen 3: l’AI creativa

Durante l’evento sono stati annunciati due nuovi modelli generativi.
Il primo è Veo, dedicato alla creazione di video da testo.

Veo genera video in 1080p e supera il minuto di durata.
Comprende istruzioni creative complesse.

Il secondo modello è Imagen 3.
Genera immagini realistiche e sostituisce Imagen 2.

Entrambi i modelli non saranno subito disponibili in Europa.

Apple e Google collaborano per portare Gemini su iPhone con iOS 18

L’atteso aggiornamento del sistema operativo iOS 18 per iPhone potrebbe includere una novità sorprendente: l’utilizzo del modello di linguaggio Gemini di Google. Secondo le anticipazioni di Bloomberg, Apple avrebbe stretto un accordo con il colosso di Mountain View per sfruttare le capacità avanzate di intelligenza artificiale generativa offerte da Gemini.

Questa mossa rappresenta un cambiamento significativo per Apple, nota per essere piuttosto riservata nell’adozione di tecnologie sviluppate dai suoi concorrenti. Tuttavia, la crescente domanda da parte degli utenti per funzionalità AI sempre più avanzate avrebbe spinto Cupertino a cercare collaborazioni esterne per colmare questa lacuna.

Gemini è già utilizzato con successo su dispositivi di altri marchi, come il Pixel 8 Pro di Google e la linea Samsung Galaxy S24. Offre funzionalità come Magic Compose, che consente la creazione di messaggi nelle chat direttamente sul dispositivo. Tuttavia, Apple sembra interessata soprattutto all’utilizzo di Gemini per compiti più complessi basati sul cloud, come la generazione di immagini realistiche e testi articolati.

Questa collaborazione tra Apple e Google offre agli utenti iPhone l’accesso a funzionalità avanzate di intelligenza artificiale generativa, che fino ad ora erano disponibili principalmente su altri dispositivi. Mentre Apple continua a sviluppare soluzioni interne come il progetto Ferret e il chatbot Apple GPT, l’utilizzo di Gemini rappresenta una soluzione immediata per soddisfare le esigenze degli utenti in termini di AI.

Tuttavia, l’evoluzione di Gemini non è priva di controversie. Google ha recentemente annunciato una nuova versione del modello, in grado di gestire audio, video e testi di dimensioni molto più grandi rispetto a GPT-4. Tuttavia, alcuni risultati generati da Gemini sono stati oggetto di polemiche, spingendo Google a implementare limitazioni per affrontare le critiche.

In conclusione, la collaborazione tra Apple e Google per portare Gemini su iPhone rappresenta un importante passo avanti nell’integrazione di tecnologie avanzate di intelligenza artificiale nel mondo Apple. Resta da vedere come questa partnership influenzerà il futuro sviluppo e l’esperienza degli utenti su iOS.