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Windows 11 blocca i backup

Se negli ultimi giorni hai riscontrato errori improvvisi durante l’esecuzione dei backup sul tuo PC o sui server aziendali, non sei solo. L’ultimo aggiornamento di Windows 11, rilasciato il 14 aprile, ha introdotto un cambiamento radicale che sta mettendo in crisi diversi software di protezione dati tra i più diffusi sul mercato.

In questo articolo facciamo chiarezza sul bug (che in realtà è una misura di sicurezza), sui software coinvolti e su come muoversi per ripristinare la continuità operativa.

Il problema: Driver in “Blocklist”

Con il rilascio del pacchetto KB5083769 (per Windows 11 24H2/25H2) e del KB5082052 (per la versione 23H2), Microsoft ha inserito il driver psmounterex.sys nella lista di blocco del sistema operativo.

Il motivo è di natura puramente legata alla sicurezza: il driver è affetto dalla vulnerabilità CVE-2023-43896, una falla piuttosto grave che permette a un malintenzionato di ottenere privilegi elevati ed eseguire codice arbitrario sul sistema.

Quali software sono colpiti?

Molti software di backup utilizzano proprio quel driver per gestire e “montare” le immagini di sistema o per creare snapshot. Il risultato del blocco è l’impossibilità di completare le operazioni di salvataggio, con messaggi di errore legati al servizio VSS (Volume Shadow Copy Service), che va in timeout non riuscendo a comunicare con il driver bloccato.

Tra i software che hanno segnalato disservizi troviamo:

  • Macrium Reflect
  • Acronis Cyber Protect Cloud
  • UrBackup Server
  • NinjaOne Backup

Oltre al blocco dei backup, Microsoft ha confermato che l’aggiornamento potrebbe impedire anche il ripristino dei dati a partire da immagini precedentemente create, rendendo la situazione critica per chi non ha ancora aggiornato i propri strumenti.

Come risolvere? Le opzioni sul tavolo

Microsoft è stata categorica: il driver rimarrà nella blocklist perché il rischio di attacchi informatici è troppo elevato. Ecco le strade percorribili:

  1. Aggiornare il software di backup (Soluzione consigliata): La strada principale è verificare se il produttore del software (Acronis, Macrium, ecc.) ha rilasciato una versione aggiornata che non utilizzi più il driver vulnerabile o che ne utilizzi una versione corretta.
  2. Disinstallare l’aggiornamento (Soluzione temporanea): Se il backup è critico e non esiste ancora una patch del software, l’unica alternativa rapida è rimuovere i KB incriminati. Tuttavia, questa operazione espone il sistema alle vulnerabilità che l’aggiornamento mirava a chiudere.
  3. Cosa NON fare: È tecnicamente possibile disattivare la blocklist dei driver tramite il registro di Windows, ma è un’operazione che sconsigliamo vivamente. Disabilitare questa protezione significa lasciare la porta aperta non solo a questa specifica vulnerabilità, ma a tutti i driver pericolosi censiti da Microsoft.

Il consiglio di Voxel Informatica

La sicurezza dei dati passa sia per un backup funzionante che per un sistema operativo aggiornato. In casi come questo, la priorità deve essere l’aggiornamento dell’applicativo di backup all’ultima release disponibile.

Se gestisci un’infrastruttura aziendale e hai dubbi sulla compatibilità dei tuoi sistemi di disaster recovery con gli ultimi update di Windows, il team di Voxel Informatica è a disposizione per supportarti nell’analisi e nella messa in sicurezza dei tuoi endpoint.

Crisi della RAM: il gap produttivo potrebbe spingere i prezzi alle stelle fino al 2030

Il mercato dell’hardware globale si prepara a un nuovo scossone. Se negli ultimi anni l’attenzione è stata catalizzata dalla carenza di chip e GPU, i prossimi anni vedranno un protagonista meno appariscente ma altrettanto critico: la RAM. Secondo le ultime stime di settore, la crisi delle memorie non è solo passeggera, ma potrebbe protrarsi fino al 2030.

Domanda vs Offerta: un divario insostenibile

Entro la fine del 2027, i produttori di memorie riusciranno a coprire appena il 60% della domanda globale. Non si tratta di una proiezione pessimistica, ma di un’analisi basata sui ritmi produttivi attuali e previsti.

Secondo i dati di Counterpoint Research, la crescita della produzione di DRAM prevista è del 7,5%, una cifra che stride con il 12% annuo necessario per mantenere in equilibrio il mercato nel biennio 2026-2027. Questo scarto del 4,5% è la “zona d’ombra” che manterrà i prezzi elevati per i consumatori finali.

Nuovi impianti: una corsa contro il tempo

I giganti del settore — Samsung, SK Hynix e Micron — hanno già avviato la costruzione di nuovi impianti, ma la messa a regime richiede tempi lunghissimi. La maggior parte di queste fabbriche non sarà operativa prima del 2027 o 2028.

L’unica eccezione di rilievo è l’apertura dello stabilimento SK a Cheongju, prevista per l’inizio di quest’anno, che però rappresenta solo una goccia nell’oceano rispetto alle necessità globali. Il presidente di SK Group è stato chiaro: non vedremo la fine del tunnel prima del 2030.

Il fattore AI: la DRAM diventa “di serie B”

C’è un ulteriore elemento che complica il quadro per noi utenti consumer. Anche quando i nuovi impianti entreranno a regime, la priorità non sarà il settore PC o smartphone.

L’esplosione dell’Intelligenza Artificiale ha creato una fame insaziabile di memorie HBM (High Bandwidth Memory), utilizzate nei data center di NVIDIA e AMD. Per i produttori, l’HBM garantisce margini di profitto molto più elevati rispetto alla comune DRAM. Il risultato? La produzione sarà dirottata verso l’AI, lasciando l’elettronica di consumo in una posizione di svantaggio competitivo per l’approvvigionamento dei componenti.

Cosa cambia per gli utenti?

L’impatto sarà diretto e tangibile sui prezzi di:

  • Smartphone e Tablet
  • Laptop e PC Gaming
  • Console portatili e Visori VR

I grandi produttori si stanno già muovendo per mitigare i rischi: Apple e Huawei hanno iniziato ad aumentare i tagli di memoria sui modelli attuali per anticipare i rincari, mentre Cupertino sta cercando di diversificare la catena di fornitura rivolgendosi a produttori cinesi come YMTC.

Google lancia finalmente il cambio indirizzo Gmail (senza perdere i dati)

Quante volte hai desiderato nascondere quell’indirizzo Gmail creato vent’anni fa, magari con uno username discutibile scelto durante le scuole medie? Fino ad oggi, l’unica soluzione era creare un nuovo account da zero, affrontando il calvario del trasferimento di contatti, Drive, foto e anni di messaggi archiviati.

La musica sta per cambiare. Google ha ufficialmente dato il via al rollout di una delle funzioni più richieste di sempre: la possibilità di cambiare il proprio indirizzo Gmail mantenendo integri tutti i dati.


Un rollout graduale: dagli USA all’Italia

Dopo una fase di test in India, Google ha confermato tramite un video ufficiale l’inizio della distribuzione della feature negli Stati Uniti. Come di consueto per Mountain View, il rilascio avverrà a scaglioni.

Quando arriverà in Italia? Non c’è ancora una data certa, ma è ragionevole aspettarsi la disponibilità per gli utenti italiani entro poche settimane o, al massimo, qualche mese.


Come cambiare indirizzo (quando disponibile)

La procedura sarà integrata direttamente nel pannello di gestione dell’account. Ecco i passaggi da seguire non appena la funzione sarà attiva sul tuo profilo:

  1. Accedi al tuo profilo su myaccount.google.com.
  2. Nel menu laterale a sinistra, clicca su “Informazioni personali”.
  3. Individua la sezione “Email”.
  4. Seleziona “Email del tuo Account Google”.
  5. Se il tuo account è già stato abilitato, troverai l’opzione “Cambia l’email del tuo Account Google”.

Le regole del gioco: cosa c’è da sapere

Google ha implementato questa funzione con alcuni paletti necessari per evitare abusi e garantire la continuità del servizio:

  • Limite temporale: Potrai cambiare il tuo indirizzo Gmail solo una volta all’anno. Scegli con cura il nuovo username!
  • Niente “Redirect” persi: Il vecchio indirizzo non scomparirà nel nulla. Resterà collegato al tuo account come alias secondario. Questo significa che se qualcuno scriverà al vecchio indirizzo, riceverai comunque il messaggio nella tua nuova inbox.
  • Sicurezza e Privacy: Il vecchio username non verrà reso disponibile per altri utenti. Nessun rischio che qualcun altro si appropri della tua vecchia identità digitale.

Perché è una svolta per i professionisti

Per molti utenti di vecchia data, questa novità rappresenta la fine di un compromesso forzato tra la comodità di un account storico e la necessità di un’immagine più professionale. Non sarà più necessario configurare complessi sistemi di inoltro o migrazioni manuali verso nuovi account “seri”.

Apple contro il “Vibe Coding”: stop agli aggiornamenti per Replit e Vibecode.

Il mondo dello sviluppo software sta vivendo una rivoluzione semantica e pratica: il vibe coding. Ma mentre gli sviluppatori abbracciano la possibilità di creare app attraverso semplici prompt testuali, Apple ha deciso di tirare il freno a mano. Recentemente, il colosso di Cupertino ha bloccato gli aggiornamenti di due delle piattaforme più popolari del settore, Replit e Vibecode, innescando un acceso dibattito sulla libertà di programmazione all’interno dell’ecosistema iOS.

Cos’è il Vibe Coding e perché se ne parla tanto?

Il termine è stato reso virale da Andrej Karpathy (co-fondatore di OpenAI ed ex responsabile AI di Tesla). Il “vibe coding” descrive un approccio alla programmazione dove l’essere umano non scrive più sintassi riga per riga, ma trasmette l’ “idea” (il vibe, appunto) a un modello di intelligenza artificiale generativa.

Grazie a strumenti come Replit Agent o Vibecode, anche chi non conosce i linguaggi di programmazione può costruire applicazioni funzionanti in pochi minuti. Il problema? Questa estrema libertà si scontra frontalmente con il “giardino recintato” (walled garden) di Apple.

Le ragioni del blocco: violazione delle Linee Guida

Secondo quanto riportato da The Information, Apple ha giustificato il blocco degli aggiornamenti citando la violazione di alcune storiche linee guida dell’App Store, in particolare quelle relative all’esecuzione di codice dinamico.

Ecco i punti critici sollevati da Cupertino:

  1. Modifica del comportamento dell’app (Linea guida 2.5.2): Apple vieta alle app di scaricare o generare codice che ne alteri radicalmente le funzionalità dopo che queste sono state approvate dal team di revisione. Le app di vibe coding, per loro natura, creano nuovo software “al volo”, sfuggendo potenzialmente al controllo di sicurezza di Apple.
  2. Web View vs Browser Esterno: Per quanto riguarda Replit, Apple contesta l’uso delle web view interne. In pratica, quando un utente crea un’app su Replit, questa viene visualizzata dentro l’app stessa. Apple richiede che queste creazioni vengano aperte in un browser esterno (come Safari), per separare chiaramente l’ambiente dell’app originale dal codice generato dall’utente.
  3. Il caso Vibecode: In questo caso, la richiesta è stata ancora più drastica: Apple avrebbe chiesto di rimuovere del tutto la possibilità di generare app destinate ai propri dispositivi, limitando di fatto l’utilità dello strumento su iOS.

Sicurezza o protezione del business?

Sebbene Apple dichiari che queste restrizioni servano a garantire la sicurezza degli utenti e l’integrità del sistema operativo, molti analisti vedono una motivazione economica e strategica.

  • L’egemonia di Xcode: Le app di vibe coding permettono di creare software senza passare per Xcode, l’ambiente di sviluppo ufficiale di Apple. Se gli utenti iniziassero a creare e distribuire micro-app saltando gli strumenti ufficiali, Apple perderebbe il controllo totale sulla catena di produzione.
  • Perdita di profitti: Le app create tramite vibe coding spesso risiedono in “ecosistemi chiusi” o vengono utilizzate come web-app, aggirando l’App Store e, di conseguenza, le commissioni (fino al 30%) che Apple trattiene su abbonamenti e transazioni in-app.

Cosa aspettarsi per il futuro?

La tensione tra Apple e le piattaforme AI-driven è solo all’inizio. Se da un lato Cupertino sta integrando l’intelligenza artificiale nei suoi sistemi (si pensi ad Apple Intelligence), dall’altro sembra decisa a non permettere che l’AI diventi un grimaldello per scardinare le regole del suo store.

Per gli sviluppatori e gli appassionati che seguono Voxel Informatica, il messaggio è chiaro: il vibe coding è il futuro, ma su iOS dovrà scendere a compromessi con i rigidi protocolli di sicurezza e monetizzazione della mela morsicata.

Codex per Windows: la rivoluzione del Coding

Il panorama dello sviluppo software sta cambiando radicalmente e OpenAI ha appena segnato un nuovo punto di svolta. Dopo il debutto su macOS, l’applicazione ufficiale di Codex per Windows è finalmente disponibile, portando la potenza del “coding agentico” direttamente sul sistema operativo di Microsoft.

Con una lista d’attesa che contava oltre 500.000 sviluppatori, l’attesa era altissima. Vediamo nel dettaglio cosa offre questo strumento e perché potrebbe cambiare il tuo modo di programmare.

Cos’è Codex per Windows?

Non si tratta di una semplice chat migliorata, ma di un vero e proprio ambiente di lavoro progettato per l’integrazione tra l’intelligenza artificiale e il file system locale. Codex permette di gestire flussi di lavoro complessi, delegando all’AI compiti che vanno oltre la semplice scrittura di una funzione.

Le funzionalità chiave dell’app

L’applicazione è stata pensata per la produttività estrema e la sicurezza. Tra le caratteristiche principali troviamo:

  • Multitasking Agentico: Possibilità di eseguire più agenti di codifica in parallelo per gestire diverse parti di un progetto simultaneamente.
  • Sandbox di Sicurezza: Codex opera in un ambiente isolato con autorizzazioni limitate, garantendo che l’esecuzione del codice generato non comprometta l’intero sistema.
  • Gestione Cloud e Workflow: Supporto nativo per ambienti cloud senza conflitti e possibilità di creare script e flussi di lavoro riutilizzabili per automatizzare i task più ripetitivi.
  • Integrazione Profonda: Dopo il login (tramite account ChatGPT o API Key), l’app richiede l’accesso a una cartella locale dedicata, diventando a tutti gli effetti il tuo “copilota” residente sul disco fisso.

Modelli e Performance: arriva GPT-5.3-Codex

Il vero cuore pulsante dell’applicazione è la varietà di modelli selezionabili. Di default, l’app utilizza il nuovissimo GPT-5.3-Codex, ma gli sviluppatori hanno la massima libertà di scelta in base alle esigenze del progetto:

  • GPT-5.1-Codex-Mini: Ideale per chi cerca massima velocità di esecuzione e risposte istantanee.
  • GPT-5.1-Codex-Max: Ottimizzato per compiti complessi che richiedono un alto livello di ragionamento.
  • Switch flessibile: È possibile passare da un modello all’altro (inclusi i classici GPT-5.2 e 5.1) e regolare il “livello di ragionamento” desiderato per ogni specifica attività.

Disponibilità e Accesso

L’app è disponibile sul Microsoft Store ed è accessibile a tutta la base utenti di OpenAI. Anche chi possiede un piano Free può testare le potenzialità dello strumento, mentre gli utenti con abbonamenti Go, Plus e Pro godono di limiti di utilizzo più elevati e accesso prioritario ai modelli più avanzati.

Il commento di Voxel Informatica

L’arrivo di Codex su Windows non è solo un aggiornamento software, ma un segnale chiaro: il futuro della programmazione sarà sempre più assistito da agenti autonomi capaci di gestire ambienti complessi. Per le aziende e i professionisti, padroneggiare questi strumenti diventerà fondamentale per rimanere competitivi in un mercato che richiede velocità e precisione sempre maggiori.

Google lancia l’app Gemini Enterprise: l’IA generativa entra ufficialmente nei flussi di lavoro aziendali

Google compie un passo decisivo verso l’integrazione dell’intelligenza artificiale nel settore B2B con il rilascio dell’applicazione ufficiale Gemini Enterprise. Annunciata lo scorso ottobre, la versione business dell’assistente AI di Mountain View è ora disponibile per il download su piattaforme Android e iOS, portando la potenza dei modelli linguistici avanzati di Google direttamente sugli smartphone dei professionisti.

Non solo una chat: una piattaforma agentica

Sebbene l’interfaccia utente ricalchi l’esperienza fluida della versione consumer, Gemini Enterprise si distingue per essere una vera e propria piattaforma agentica. L’obiettivo dichiarato da Google è chiaro: trasformare le attività ripetitive in processi ad alto impatto, permettendo ai dipendenti di concentrarsi sul valore strategico del proprio lavoro.

Le caratteristiche principali includono:

  • Creazione di Agenti AI (Low-Code): Grazie a strumenti integrati (ereditati dall’esperienza di Agentspace), gli utenti possono sviluppare agenti personalizzati senza competenze avanzate di programmazione.
  • Integrazione Profonda: L’app non si limita all’ecosistema Google Workspace, ma si connette nativamente a soluzioni di terze parti leader di mercato come Microsoft, Salesforce e SAP.
  • Sicurezza Enterprise: Tutto il flusso di lavoro avviene in un ambiente protetto e controllato, garantendo la conformità ai requisiti di sicurezza aziendali.

Accesso e Distribuzione

Nonostante l’applicazione sia già scaricabile dagli store, Google ha adottato una strategia di rilascio controllata. Attualmente, l’accesso è limitato esclusivamente su invito. Al primo avvio, gli utenti visualizzeranno una schermata di autenticazione che richiede l’autorizzazione esplicita da parte dell’amministratore IT aziendale.

Questa scelta sottolinea la natura “gestita” dell’applicazione, permettendo ai dipartimenti IT di monitorare e configurare l’accesso alle risorse AI in base alle policy interne.

Il futuro del lavoro secondo Google

Con questo lancio, Gemini è pronto a sfidare i competitor nel mercato della produttività professionale. La possibilità di implementare “agenti pronti all’uso” e di trasformare le competenze individuali in automazioni condivise per l’intera organizzazione rappresenta un cambio di paradigma: l’IA non è più solo un assistente testuale, ma un motore di automazione distribuito.

Per le aziende che già utilizzano infrastrutture cloud complesse, l’integrazione di Gemini Enterprise potrebbe rappresentare l’anello di congiunzione mancante tra la gestione dei dati e l’operatività quotidiana.

Truffa della ballerina su WhatsApp: attenzione al messaggio che sembra innocuo

Negli ultimi mesi sta circolando una nuova forma di truffa digitale, conosciuta come la “truffa della ballerina”. Diffuso principalmente tramite WhatsApp, è così efficace perché sfrutta la fiducia tra contatti e la dinamica sociale delle app di messaggistica. Scopriamo in cosa consiste, come funziona e quali strategie adottare per proteggersi.

Cos’è la truffa della ballerina?

La truffa della ballerina è un tipo di smishing (phishing via messaggistica), in cui l’utente riceve un messaggio apparentemente innocuo da un contatto già salvato in rubrica, che lo invita a votare in un concorso di danza tramite un link.

Da un primo sguardo il messaggio sembra innocuo e persino affettuoso, ma in realtà nasconde un raggiro digitale progettato per compromettere l’account WhatsApp della vittima e sfruttarlo per altri attacchi.

Come funziona la truffa della ballerina?

Messaggio ingannevole

Il messaggio, inviato da un contatto reale la cui chat è già stata compromessa, invita a votare per una presunta giovane ballerina — spesso presentata come “figlia di un’amica” o “nipote di…” — in un concorso di danza.

Spesso contiene:

  • una foto di una ragazza in costume da danza
  • un testo convincente
  • un link da cliccare per la votazione

Tutto questo contribuisce a far abbassare la guardia all’utente, soprattutto quando il messaggio proviene da un amico o parente.

Il link malevolo

Il link porta a una pagina web compromessa, molto simile a una piattaforma affidabile. Qui viene richiesto di:

  • inserire il numero di telefono
  • inserire il codice di verifica WhatsApp ricevuto via SMS

Questo codice, però, non serve a votare: in realtà permette ai truffatori di compiere un ghostpairing o account takeover, ovvero associare l’account WhatsApp della vittima a un altro dispositivo sotto il controllo degli hacker.

Account compromesso

Una volta inserito il codice:

  • la vittima perde l’accesso al proprio account WhatsApp
  • i truffatori utilizzano l’account per inviare lo stesso messaggio a tutti i contatti
  • in una seconda fase possono anche inviare richieste di denaro, ricatti o altri messaggi fraudolenti.

Come difendersi dalla truffa della ballerina

Verifica sempre il mittente

Anche se il messaggio arriva da un amico o parente, contattalo con un’altra modalità (telefono, SMS, email) per assicurarti che sia autentico prima di cliccare sul link.

Non inserire MAI codici di verifica

WhatsApp non richiede codici di verifica per votazioni o concorsi. Inserire un codice di conferma ricevuto via SMS equivale a consegnare l’account ai truffatori.

Attiva la verifica in due passaggi

Aggiungi un ulteriore livello di sicurezza alle impostazioni di WhatsApp per proteggere il tuo profilo da abbinamenti non autorizzati.

Ripristina la sicurezza dell’account

Se sospetti di essere stato vittima:

  • vai su Impostazioni > WhatsApp > Dispositivi collegati
  • disconnetti tutti i dispositivi sconosciuti
  • cambia il PIN della verifica in due passaggi
  • segnala il problema all’assistenza WhatsApp o alla Polizia Postale

Perché questa truffa è così pericolosa

La truffa della ballerina non punta direttamente all’estorsione di denaro nella prima fase: sfrutta fiducia, relazioni personali e psicologia sociale per indurre l’utente ad abbassare la guardia. Una volta che l’account è compromesso, i danni possono propagarsi rapidamente attraverso rubrica e gruppi di contatti.

RAM e SSD costano sempre di più: cosa sta succedendo davvero

Chi negli ultimi mesi ha provato ad acquistare un nuovo computer o a potenziare quello che già possiede se ne sarà accorto subito: i prezzi di RAM e SSD stanno salendo. Componenti che fino a poco tempo fa erano diventati economici e facilmente accessibili oggi pesano di più sul prezzo finale di PC e notebook.

Ma cosa sta succedendo davvero? E perché questo aumento sembra tutt’altro che temporaneo?

Le memorie sono tornate al centro del mercato

RAM e SSD sono il cuore di qualsiasi dispositivo moderno. Servono per far funzionare applicazioni, sistemi operativi, videogiochi e servizi online. Per anni la loro produzione è stata abbondante e i prezzi sono scesi progressivamente, rendendo normali configurazioni che un tempo erano considerate di fascia alta.

Oggi, però, lo scenario è cambiato. La richiesta di memorie è cresciuta improvvisamente e in modo molto rapido, superando la capacità di produzione disponibile. Quando questo accade, il mercato reagisce in modo semplice: i prezzi aumentano.

L’intelligenza artificiale ha cambiato le regole

Uno dei principali motivi di questo cambiamento è la diffusione dell’intelligenza artificiale. I sistemi basati su AI, come quelli utilizzati nei data center, richiedono enormi quantità di memoria per funzionare correttamente. Non si tratta solo di più spazio, ma di memorie veloci e performanti, prodotte in grandi volumi.

Per soddisfare questa domanda, i produttori di chip stanno concentrando sempre più risorse su soluzioni destinate ai grandi operatori tecnologici. Questo lascia meno componenti disponibili per il mercato consumer, ovvero quello dei computer destinati a privati e piccole aziende.

Meno disponibilità, prezzi più alti

Con meno RAM e SSD disponibili per PC e notebook tradizionali, i prezzi iniziano inevitabilmente a salire. Non è un problema legato a un singolo marchio o a una specifica tecnologia: riguarda l’intero mercato.

Chi produce computer si trova così di fronte a una scelta difficile: aumentare i prezzi oppure ridurre le dotazioni di memoria nelle configurazioni di base. In entrambi i casi, l’effetto finale è lo stesso: l’utente paga di più o ottiene meno.

PC e notebook diventano più costosi

L’aumento dei costi delle memorie ha un impatto diretto sul prezzo dei dispositivi. RAM e SSD incidono in modo significativo sul costo complessivo di un computer, soprattutto nelle configurazioni di fascia media, quelle più acquistate.

Questo significa che anche chi non è interessato a prestazioni elevate o a usi professionali si trova comunque a dover spendere di più rispetto al passato, semplicemente perché la memoria costa di più alla base.

Conviene aspettare o acquistare adesso?

Una domanda che molti si pongono è se convenga aspettare un calo dei prezzi. Al momento, però, non ci sono segnali chiari di un ritorno ai livelli precedenti. La domanda legata all’intelligenza artificiale continua a crescere e le capacità produttive non aumentano alla stessa velocità.

Per chi deve acquistare un nuovo computer o aggiornare quello attuale, la scelta migliore è valutare con attenzione le proprie esigenze reali, evitando configurazioni sovradimensionate ma anche soluzioni troppo limitate che potrebbero diventare obsolete in breve tempo.

Un cambiamento destinato a durare

Il rialzo dei prezzi di RAM e SSD non sembra essere una semplice parentesi. È il risultato di una trasformazione profonda del settore tecnologico, in cui le memorie sono tornate a essere una risorsa strategica.

In un mondo sempre più basato su dati, intelligenza artificiale e servizi digitali, la memoria non è più solo un componente, ma un elemento chiave dell’intera infrastruttura tecnologica. Ed è per questo che, oggi, costa sempre di più.

Windows 11: meno intelligenza artificiale invasiva e un sistema più essenziale

Microsoft sta rivedendo il modo in cui l’intelligenza artificiale viene integrata in Windows 11.
Dopo i feedback ricevuti dagli utenti, l’azienda punta a rendere il sistema operativo più pulito, più semplice e meno invadente.
Negli ultimi aggiornamenti, molte funzioni basate sull’AI sono diventate molto visibili. In particolare, l’assistente Copilot è stato integrato in diverse aree del sistema. Questa scelta, però, non è stata apprezzata da tutti.

Copilot resta, ma con un ruolo più discreto

Copilot non verrà eliminato da Windows 11.
Microsoft intende però ridurne la presenza diretta nelle applicazioni di uso quotidiano.
Alcuni strumenti di sistema, come Blocco note o Paint, potrebbero tornare a un’esperienza più tradizionale. Le funzioni AI resterebbero disponibili, ma meno evidenti e meno “forzate”.
L’obiettivo è offrire supporto intelligente solo quando serve davvero.

Funzioni AI sotto revisione

Oltre a Copilot, anche altre funzionalità basate sull’intelligenza artificiale sono in fase di valutazione.
Alcuni strumenti, pensati per migliorare la produttività, sono risultati complessi o poco chiari per molti utenti.
Per questo motivo, Microsoft sta lavorando per semplificare l’esperienza. Le funzioni meno utili potrebbero essere ridimensionate o rese opzionali.

Più controllo per l’utente

Il nuovo approccio mette l’utente al centro.
Chi utilizza Windows 11 potrà continuare a sfruttare l’AI, ma senza interferenze costanti durante il lavoro quotidiano.
Questo significa:
meno suggerimenti automatici
meno elementi AI sempre visibili
maggiore libertà di scelta
Un sistema operativo più pulito migliora anche concentrazione e produttività.

Perché Microsoft sta cambiando strategia

Windows 11 è utilizzato da milioni di persone con esigenze diverse.
Non tutti vogliono un sistema fortemente basato sull’intelligenza artificiale.
Microsoft ha quindi deciso di trovare un equilibrio tra innovazione e usabilità.
L’AI resta una parte importante del futuro del sistema operativo, ma non deve diventare un ostacolo.
Il risultato sarà un Windows 11 più essenziale, flessibile e adatto a un pubblico più ampio.

Windows 11: nuovo accesso protetto al disco e bug sui file temporanei

Con uno degli ultimi aggiornamenti di Windows 11, è stato modificato il modo in cui si accede alle impostazioni di archiviazione.
Lo scopo è aumentare la sicurezza del sistema, ma l’update ha introdotto anche un bug che sta creando problemi a molti utenti.

Dopo l’installazione dell’aggiornamento KB5074105, l’accesso alle informazioni sullo spazio disco non è più immediato. Anche chi utilizza un account amministratore deve confermare l’operazione tramite Controllo Account Utente (UAC).

Accesso più sicuro, ma meno pratico

La nuova protezione impedisce agli account standard di modificare le impostazioni di archiviazione.
Questo riduce il rischio di errori, ma rende l’uso quotidiano meno fluido, soprattutto per chi gestisce il PC in autonomia.

Il vero problema: impossibile eliminare i file temporanei

Il bug più segnalato riguarda la pulizia del disco.
Dopo l’aggiornamento, la sezione dei file temporanei non mostra più correttamente i dati. In alcuni casi, l’elenco non appare affatto.

Questo significa che non è possibile eliminare i file di Windows Update, una funzione utile per liberare spazio. Il problema è evidente soprattutto sui PC con SSD di capacità ridotta.

Il bug è legato all’aggiornamento KB5074105

Diverse segnalazioni confermano che il malfunzionamento è collegato all’update KB5074105.
Rimuovendo l’aggiornamento, la gestione dei file temporanei torna a funzionare normalmente.

Al momento, Microsoft ha spiegato la nuova protezione del disco, ma non ha ancora rilasciato una soluzione ufficiale per il bug.

Cosa fare in attesa di una correzione

Per molti utenti il problema è fastidioso, ma non critico.
In ambito aziendale o tecnico, però, può complicare la manutenzione dei sistemi.

In attesa di un fix, è consigliabile:

  • controllare i prossimi aggiornamenti di Windows 11

  • valutare la rimozione dell’update se lo spazio su disco è un problema

  • usare strumenti alternativi di pulizia solo se necessario